La foto
che non c'era
Guy Bourdin non fotografava mai quello che trovava. Per le campagne Charles Jourdan degli anni settanta costruiva ogni immagine come una scena del crimine, un paio di scarpe, gambe che escono dall'inquadratura, un'auto, un muro rosa. Niente era casuale, tutto era deciso prima dello scatto.
Allievo di Man Ray, ossessivo e teatrale, arrivava sul set con l'immagine già finita in testa, e i suoi scatti vendevano scarpe senza quasi mostrarle, vendevano una tensione. La differenza è tutta qui, registrare quello che c'è oppure comporre quello che si vuole dire. Un'immagine costruita ha un'intenzione, una casuale no, e le marche che si affidano al caso ottengono immagini dimenticabili.
Oggi questa distinzione è diventata la linea che separa chi usa bene gli strumenti generativi da chi li subisce. Con l'AI non si fotografa nulla e si costruisce tutto, ogni pixel è una decisione, e chi non ha un'intenzione produce solo rumore ben illuminato.
Il set di Bourdin era fisico, quello generativo è una frase scritta, ma il lavoro vero resta identico, sapere prima cosa deve dire l'immagine. Mi chiedo se Bourdin, con questi strumenti in mano, avrebbe smesso di usare la macchina fotografica o non l'avrebbe mai presa in mano.